Galleria d'Arte
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EXIBART | Fino al 10.IV.2016 Malachi Farrell, Public Enemies Raffaella De Chirico Arte contemporanea, Torino

05/04/2016

La prima personale in Italia dell’artista di origine irlandese, da anni naturalizzato francese, arriva al momento opportuno, "necessario”, per sua stessa affermazione.
Il suo intervento è sprezzante, è l’archetipo di ciò che potremmo definire una condotta intransigente con le mode e le tendenze. Malachi Farrell prende il lato più estremo della cultura dadaista, vale a dire l’aspetto critico: la sua è un’arte che critica se stessa, e non solo.
Come i dadaisti facevano del distacco dai modelli del passato il loro punto di forza, così il suo linguaggio è una mosca bianca nel sistema dell’arte attuale, è la sintesi dei grandi paradossi delle realtà contemporanee.

Secondo una pratica tipica del movimento Fluxus preleva dal quotidiano materiali di scarto e, tramite un dinamismo indotto, trasforma gli "oggetti trovati”, in oggetti fuori controllo, effettuando un’analisi antropologica costante, rilevando l’esigenza di una trasformazione sociale inevitabile. Con la mostra "Public Enemies” l’artista vuole metterci in guardia da un serie di nemici comuni. In Strange Fruit dà vita a un’umanità che ha perso ogni punto di riferimento, la composizione formale ricorda la tangibilità delle scarpe di Kounellis, ma in questo caso gli indumenti che emettono un suono metallico, (She Loves you dei Beatles tratta dal film di Peter Sellers) sono, in realtà, una rappresentazione parodistica della dittatura. Una massa di scarpe penzola dall’alto e ricorda il corpo di un afroamericano che ciondola giù da un albero, è il testo di Strange Fruit, a sua volta pezzo cantato da Billy Holiday nel 1939.
Quando Malachi parla di quest’opera la associa al Bronx, all’eterna lotta tra bianchi e neri negli Stati Uniti, e cita Rosa Parks, un simbolo della rivendicazione dei diritti degli afroamericani, ancora adesso ricordata per il Montgomery Bus Boycott del 1956.

Malachi Farell, Strange Fruit installation, work in progress 2010/2016

«Stiamo vivendo un momento storico simile a quello vissuto da Rosa Parks nel 1956, vi è in atto una crisi di valori, in Francia non sarebbe stato possibile fare questa mostra adesso!».

Certamente gli ultimi attentati di Parigi hanno inasprito il dibattito all’interno della società, e una situazione già critica, ha favorito diffidenza e segregazione razziale isolando ancor di più quelle periferie fucina di fanatismo e di odio.

In Pans Freak dodici padelle fanno baccano ricevendo dall’artista il dono della voce, mentre in Give them an inch and they take a mile un sorta di orologio a cucù lascia vibrare motoseghe circolari che spuntano taglienti dalle ante di legno. Con lo stesso metodo, nella scultura Coke, la sostanza fuoriesce da una scatola metallica accompagnata da una banconota pronta all’uso.

Ammassi di oggetti, scarti che diventano ossessioni, incubi. Ma il messaggio viene percepito in fretta, e produce uno stimolo. A differenza di quelli che furono i dadaisti di Zurigo, e in particolare Tristan Tzara, la sua non è una concezione dell’arte nichilista ma fa leva sul torpore collettivo, attribuendo valore al binomio oggetto – materia, affermando l’importanza di una riflessione.

Il pubblico si sente attratto: lo schema interpretativo riduce il divario tra la sacralità dell’opera e la quotidianità; la cinetica ne fa da padrona rompendo equilibri basati sull’indifferenza e richiamando al teatro di strada; in questo modo l’opera continua a perfezionarsi con l’osservazione e la ricezione. "Il pubblico è pronto!”, afferma l’artista. L’interazione è un viatico verso un’apertura mentale e la componente ludica favorisce un approccio spontaneo generando una vibrazione tellurica fonte d’interrogativi. L’utilizzo dei circuiti elettronici elimina l’elemento artigianale dell’arte, superando l’eccessivo individualismo perseguito dagli artisti, per trasformare poi le opere in indicatori reali di una parabola collettiva discendente.

Ispirato da un’opera come il Sistema degli oggetti di Jean Baudrillard, l’artista si propone di far luce sulle insidie che ci vivono accanto, le isole con le quali non vogliamo interagire.

Rifiuta un mondo che risponde solo a parametri impossibili, basato sul contesto e non sulla verità oggettiva delle cose, una realtà virtuale dove tutto è fuori controllo.

www.exibart.com/notizia.asp?IDCategoria=1&IDNotizia=49193

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