Galleria d'Arte
Raffaella De Chirico

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EXIBART | Fino al 29.X.2016 Paola Favoino. A Je Burrneshe!

25/10/2016

In Albania è diffusa, tra le donne, l’usanza di salutarsi e incoraggiarsi a vicenda con un’espressione il cui significato profondo deriva dal fenomeno sociale delle burrnesche; oggi sempre più in via di estinzione ma ancora presente con alcune testimonianze nel nord del Paese. Sostenuto dalle antiche leggi del Kanun, un codice autoctono, riconosciuto dalle società patriarcali, che incide e disciplina le dinamiche sociali e quotidiane, questo fenomeno riguarda un particolare ruolo della donna nella comunità locale.

A Je Burrneshe! non è semplicemente un modo di dire; racchiude una realtà complessa, drammatica raccontata, nell’omonima mostra, dal reportage fotografico di Paola Favoino, esposto nello spazio della Galleria Raffaella De Chirico Arte Contemporanea di Torino.
La radice della parola Burrnesche è, burrn, in albanese uomo; parola che viene declinata al femminile con l’aggiunta della desinenza. Protagoniste sono, infatti, delle donne che hanno scelto coraggiosamente di assumere per sempre lo status sociale di uomo, di accettare tutte le implicazioni sociali, di essere rispettate acquisendo diritti altrimenti preclusi, in nome di una libertà che, tuttavia, implica l’immenso sacrificio di rinuncia del senso profondo di essere donna, di negazione della propria identità. Definite anche vergini giurate, sono capofamiglia, responsabili e garanti del mantenimento dei propri cari. All’origine di tale decisione vi sono diverse necessità; il rifiuto di un matrimonio combinato, la conquista del rispetto e delle libertà altrimenti precluse, il supporto alle sorti della famiglia. Donne determinate che fanno valere la propria importanza nella società, vestendo i panni maschili.

Il voto di castità, il taglio dei capelli e gli abiti maschili, appunto, rappresentano le condizioni, i presupposti di un rito di passaggio e di un cambiamento i cui segni indelebili, palesi o sottintesi, sono colti in tutta la loro essenzialità dall’occhio sociologico e antropologico di Paola Favoino, mediante eloquenti fotogrammi in bianco e nero; saggi di un’esistenza dura e complessa attraverso i quali la fotografa indaga ed esprime il significato individuale e collettivo di una scelta di coscienza.
Scorci e frammenti di una realtà umile affrontata con discrezione, capace di destare non poche domande. E così, le case di alcune burrnesche si aprono agli occhi indiscreti dei visitatori. Gjin invita a entrare in silenzio, in punta di piedi in una realtà povera ed essenziale (Gjin. Albania, 2011, in alto), che la fotografia di Paola Favoino documenta con cura e attenzione estetica. Gli interni delle case, i ritratti ma anche gli scorci dei paesaggi rurali, sono brani di vita quotidiana che contribuiscono a creare un’immagine d’insieme di forte impatto. Quindici scatti, realizzati in modalità analogica e stampati dalla stessa autrice, dispiegano un racconto in cui il bianco e nero crea contrasti e sfumature che rendono al meglio il senso delle immagini, dei dettagli, dei gesti sospesi, quasi reticenti, dei soggetti colti in pose quasi spontanee.


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