Galleria d'Arte
Raffaella De Chirico

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Francesco Cabras. Scraps: Quello che resta.

Dal 30/11/2013 Al 29/12/2013

La Procject Room, solitamente dedicata alle monografie di giovani artisti, dal 30 novembre continuerà ad ospitare, consolidando il percorso dell'artista, la mostra fotografica di Francesco Cabras dal titolo Scraps: Quello che resta che è stata prorogata fino al 29 dicembre.
La Galleria Raffaella De Chirico ha dedicato, a partire dal 3 ottobre, l'intero spazio espositivo a Francesco Cabras e ai suoi due progetti fotografici: Main Hall- Urban Icons: The Democracy of the Wall / Project Room: Scraps: Quello che resta.


SCRAPS
quello che resta/Intro di Francesco Cabras
Immagini post datate e sviluppate/rivelate solo oggi. ‘Rivelatore’ si chiamava il bagno di sviluppo in camera oscura. Questo è ciò che resta di viaggi, esperienze prolungate o estemporanee fuori dall’ambiente in cui sono nato e cresciuto. Questo lavoro risponde solo a un intento espressivo, non comunicativo ne’ documentario. E’ una mappatura dei miei nessi interiori privata di ogni volontà descrittiva rispetto ai luoghi e alle persone ritratte.
Le immagini di questo progetto sono contenute, o meglio si inseriscono, dentro degli oggetti molto speciali, tanto che io non ho ben chiaro cosa contenga cosa. Si tratta di tavole, pezzi unici, irripetibili e irriproducibili che insieme alle stampe delle fotografie compongono delle storie, che siano esse cromatiche o tematiche. Queste cornici, benché il termine sia riduttivo, sono gli assi di legno che per decenni hanno costituito le pareti dei camion merci che attraversavano le frontiere di quasi tutta l’Asia, dall’Iran al Bangladesh, dal Tibet allo Sri Lanka. Quei camion sono diventati pachidermi in via d’estinzione, ne rimangono sempre meno sulle strade. Quegli stessi assi di Tek, di Mango e di Acacia, oltre alle merci hanno trasportato anche me infinite volte grazie alla cortesia dei camionisti che mi davano un passaggio. Non avrei potuto desiderare maggiore privilegio per queste immagini, e dunque per me stesso, che essere ancora una volta trasportate da loro o viceversa.
Sono stato sempre attratto dall’esotismo e sempre sono stato in conflitto con questa debolezza peraltro antica quanto l’uomo: l’esotismo è un velo potentemente seduttivo che nasconde la realtà, non è difficile riconoscere nell’esotismo un postulato dell’ignoranza. Però la meraviglia è uno stato di grazia che nasce solo da una condizione di ignoranza, di non conoscenza pregressa. Ciò che conosciamo raramente ci suscita stupore a meno che non sia stato il nostro punto di vista a cambiare con il tempo: questa mutua influenza tra oggetto e soggetto scandisce forse una porzione importante della nostra piccola e faticosa evoluzione verso la consapevolezza di noi stessi e di ciò che ci circonda. Dunque se queste fotografie sono state scattate sotto un incantesimo esotico, la loro rivelazione avvenuta attraverso la costruzione di questo lavoro, è stata possibile grazie a quel reciproco mutamento che avviene con il tempo e che cambia sia noi stessi che le cose.
Il termine ‘SCRAPS’, anch’esso non privo di esotismo, in inglese indica un materiale tecnico di scarto che se riciclato adeguatamente acquista un valore effettivo, lontano dalla sua origine.


Nella logica dello “scarto”
Di Bruno di Marino
Le immagini fotografiche che compongono la serie Scraps di Francesco Cabras appartengono innanzitutto a una categoria particolare: sono sequenze di immagini-oggetto. La cornice che le contiene e le separa, scandendone i tempi della visione, non è una semplice cornice, ma è un contenitore-contenuto. Le cornici di legno dipinte sono una sorta di objet-trouvé, materiale riciclato da camion merci che hanno attraversato l’Asia e il Medio Oriente e sui quali lo stesso artista ha viaggiato per anni. Lo “scarto”, quello che resta cui allude il titolo della serie e della mostra, non è solo uno scarto visivo, ovvero i frammenti di visioni che documentano viaggi e reportage che Cabras ha fatto in giro per il mondo, ma anche materico: il legno che costituisce queste cornici. Così i soggetti fotografici – insegne, paesaggi, volti, oggetti, azioni, animali, riproduzioni – tendono a sconfinare oltre i bordi che delimitano il cadrage e si impastano con le assi dipinte, costituite da un colore scrostato che il tempo e l’usura hanno trasformato in involontarie opere informali a sé. Uno dei quadri fotografici della serie (Oudaia), rappresenta dettagli di mura dall’intonaco consunto, in pratica tautologie iconografiche che rendono il soggetto fotografato qualcosa di ancor più pittorico e materico.
Lo scarto è, in senso letterale, un rifiuto. Ma rappresenta anche, concettualmente, una differenza, un passaggio. Così un altro possibile e ideale titolo di questa mostra potrebbe essere sconfinamenti. Lo sconfinamento non è solo, evidentemente, quello tra soggetto/oggetto, immagine/cornice, ma è anche uno sconfinamento geografico. Ciascuna opera propone una sequenza di quattro o più scatti, un assemblaggio verticale/orizzontale di memorie on the road, un’associazione mai random ma sempre molto pensata, calcolata, sia dal punto di vista formale e cromatico che dal punto di vista concettuale, pur mantenendo una coerenza di luogo: sono immagini realizzate nello stesso paese. Eppure, in una visione di insieme – che poi è l’unica plausibile per delle immagini che vivono di relazioni tra forme e colori, vuoti e pieni – l’omogeneità e riconoscibilità geografica perde di senso e le composite tavole fotografiche di Cabras restituiscono un vivace e caotico affresco di rappresentazioni al limite dell’organico.
Non è irrilevante sottolineare che alcune di queste immagini sono state realizzate con procedimenti analogici e con processi di modificazione ottenuti direttamente in macchina, mentre altre sono digitali e quindi possono essere state ritoccate in post-produzione. Anche se è difficile rilevarne le differenze per un occhio poco esperto, questa mescolanza tra il dispositivo del passato e quello del presente, disegna un ulteriore scarto, tecnologico e temporale, che si materializza su una texture, su un supporto più pittorico che fotografico: la carta di cotone. Lo stesso artista nel suo breve testo utilizza a proposito dei suoi lavori il termine incantesimo esotico, e certamente il senso stesso della serie, a livello metodologico e procedurale, rimanda ad una scrittura esotica (e, perché no, anche erotica) del tempo, in cui si
inscrivono questi “avanzi” di visione. Ciò che resta è la seduzione di un luogo, in parte colta naturalmente e in parte ricostruita successivamente.
E’ all’insegna del ciò che resta, nell’eccedenza di uno sguardo esercitato dal Cabras fotografo e autore di reportage nell’arco di molti anni che ha consentito al Cabras artista di accumulare tutto questo materiale, che si costruisce la logica narrativa di Scraps. In fondo le numerose tavole (in questa mostra vengono presentate solo alcuni esempi) suggeriscono infinite storie, frammenti di racconti, laddove la fotografia diventa quasi narrazione filmica, tra documentario, performance, sperimentazione e fiction. Il discorso si snoda e si articola in diverse inquadrature, secondo una struttura non-lineare, attraverso uno stile quasi sempre visivamente violento, acceso, iperrealista, in molti casi al limite del kitsch, come nell’iconografia della cartellonistica di Bollywood (Dhaka Heroes) o più semplicemente dei paesaggi urbani di tante metropoli indiane. In alcune opere, al contrario, realizzate in bianco e nero (Mother and Son, ad esempio), domina un minimalismo realista che potrebbe benissimo valere come omaggio all’immaginario di registi quali Satyajit Ray o Abbas Kiarostami.
Ma, come già accennato, è il senso complessivo della serie ad emergere e a sedurre lo spettatore; la ricchezza di un lavoro variegato che sconfina dalla sua cornice per diventare di volta in volta rebus, collage, intervento pop, album di ritratti, racconto per dettagli, collezione di vedute, intervento di lettering, memoria in ordine sparso di tempo e di luogo. Un senso che può essere colto immediatamente attraverso il tatto o lo sguardo aptico dell’osservatore o che invece tende a sfuggire, proprio come il soggetto stesso dei quadri di Cabras, trascrizioni evanescenti della luce e della memoria.


Disegnare con la mente, segnare con l’immagine
Di Oliviero Beha
Strana figura tra il Proteo aggiornato e l'artigiano prometeico, questo Cabras. Usa la centrifuga del pensiero, misto a occhiate di etica e sguardi d'estetica, per una mostra che sembra inseguire se stessa: dov'è il centro, dove la periferia,quale il motore e quale la macchina, sono fotografie nel legno di una storia o sono "scraps", intraducibile materia di risulta shakespeariana? La centrifuga è pericolosa: Francesco sa disegnare con la mente e scattare fotografie caleidoscopiche che sono segni a volte indelebili, ma se si perde nel regno dell'eccentricità, cioè se esce dal centro? Di nuovo: che mostra è, che arte è, quali sono le priorità in cornici che paiono circoscrivere un soggetto che a sua volta (a loro volta nella pluralità di spunti) le incornicia? La risposta è nell'autore. È Cabras, il piano di incontro, di sintesi analitica, di ricerca trovata e smarrita. Non è mai inutile, si serve del senso e del significato per maneggiare
il significante, come si direbbe all'osteria della figurazione...Prima o poi dalla centrifuga passerà artisticamente alla centripeta, ma sarà solo appunto un passaggio. Di un viaggio che non è solo suo.
Raffaella De


Francesco Cabras. Scraps: Quello che resta.
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