Matteo Procaccioli Della Valle | CITY BREAK

Dal 15/09/2022 Al 06/11/2022

«Conoscere una città significa anzitutto conoscerla attraverso la rappresentazione; dedicarsi a una città in termini artistici significa accettare le rappresentazioni che di essa sono state date, sfruttandole magari, se si ha fortuna, per estrarne un pizzico (l'ultimo?) di significato originale...».
Lewis Baltz, La città e il suo doppio, Scritti, 2013

Il senso predominante del viaggio attraverso la ricerca sulla dimensione urbana di Matteo Procaccioli Della Valle è quello di scorgere significati ancora inediti.
Pensare nuovi scenari vuol dire volgere lo sguardo verso la realtà, attraverso più livelli di lettura, muovendo da edifici e architetture già esistenti, per proporre qualcosa di sconosciuto. La prospettiva rinnovata diventa percettibile nella rappresentazione finale, grazie ad una spiccata capacità di astrazione. Quest'ultima presuppone un certo grado di reciprocità: deve essere attitudine dell'autore tanto quanto dello spettatore. In altre parole, entrambi vivono un senso di spaesamento e al contempo di familiarità, rispetto alle visioni qui restituite sul tema delle grandi città.
La riflessione non si sofferma sull'oggetto al centro delle opere, ma va oltre e abbraccia considerazioni riguardanti l'architettura, la sociologia, la cultura e ciò che pertiene l'identità dei luoghi. Ecco che il confine tra rappresentazione e astrazione diventa sempre meno netto e si riesce a scorgere un discorso più ampio, al punto da intravedere - assieme agli elementi tangibili e sapientemente enfatizzati - tutti quei significati e simboli contenuti in queste fotografie.

L'autore guarda alla struttura urbana da diverse prospettive: in Microcities sorvola la città con ardite inquadrature dall'alto, che da una parte riprendono l'Identikit della New York immaginaria progettata da Le Corbusier e dall'altra riportano una sagoma deframmentata della città; in Structures intercetta venature e linee grafiche di costruzioni che appaiono avvolte in uno spazio evanescente, sospeso, senza tempo; in Urban Hives pone una questione sulla densità architettonica che, ad un secondo livello di lettura, fa immaginare un'umanità omologata e sovrastata da quelle stesse costruzioni in cui vive e abita.
In questo excursus visivo Procaccioli Della Valle sembra utilizzare la fotografia come linguaggio aperto, per risvegliare quella dimensione umana assente ed invitarla a rivedere i luoghi in maniera sensibile; a posizionarsi in prima fila, davanti ad uno specchio che riesce finalmente a riflettere la realtà dei luoghi, gli spazi pieni, quasi asfissianti, e quelli vuoti in cui si fa sempre più assordante l'eco di una natura distante.
L'elemento naturale è dissolto - in queste fotografie intrinsecamente lontano - e la contemplazione del paesaggio urbano diventa osservazione di un abisso. Rispetto alla dimensione cittadina o della megalopoli, vi è un'eguale sensazione di estraniamento, derivante da quella che Zygmunt Bauman definisce «esperienza ambivalente»: la città attrae e respinge allo stesso tempo.
Ecco che l'abisso può divenire spazio interiore e necessario, per ristabilire un equilibrio relazionale tra individui, tra paesaggio costruito e paesaggio naturale, tra densità urbana e umana.
Emerge una vitalità del pensiero che collima con i molteplici sguardi verso il mondo e le modalità attraverso cui riportarlo, trovando corrispondenza non solo nell'esercizio della composizione, ma in tutte le modalità e possibilità espressive sperimentate da Procaccioli Della Valle.
Dalla spettacolarizzazione delle opere di grande formato, all'intimità delle Polaroid singole, che esaltano un dettaglio e restituiscono vigore a porzioni di realtà... Quasi fossero spunti di riflessione sull'imperscrutabile, sulla forma più attinente da restituire alla contemporaneità.
L'utilizzo della pellicola istantanea non è finalizzato a collezionare souvenir di lettura immediata della realtà, ma diviene strumento e spinta a reinterpretarla, apertura a percepire i suoi cambiamenti, le sue imperfezioni, nel momento stesso in cui essi si manifestano, per interpretarli e manipolarli in maniera del tutto nuova.
Vengono infatti eliminate le acrobazie cromatiche, facendo emergere particolari monolitici dalle sembianze inconsuete che, in alcuni momenti, ricordano delle scenografie teatrali, tanto è minuzioso e vigoroso l'intervento apportato dall'autore.

La resa finale è uno stravolgimento del senso dell'immagine, che può esasperare il reale o fargli spazio, per esaltare parte di esso, in un'interrotta vitalità del sentire, che si traduce nell'atto di vedere ed osservare porzioni di realtà artificiali inanimate eppure brulicanti di esistenza.
Non è infatti lo stato delle cose a muovere e ad interessare il pensiero dell'autore, ma l'energia rigenerante che esse nascondono, che esiste tra idea, soggetto e sguardo.
Il confine tra ciò che appare per come è e il desiderio di stravolgimento di come dovrebbe e potrebbe essere, diviene tensione per l'imprevedibilità della vita, per ricercare un senso possibile di libertà, di armonia e di equilibrio.
In altre parole, superato il confine, ci troviamo di fronte all'immaginario nitido e originale del potenziale vivibile.



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