Galleria d'Arte
Raffaella De Chirico

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Jacopo Mandich | PSEUDOHORSES

Dal 24/09/2022 Al 09/12/2022

“L'arte deve iniziare con consapevolezza e terminare nell'inconscio, cioè oggettivamente; l'Io è consapevole rispetto alla produzione, inconscio rispetto al prodotto.”
Friedrich Schelling

“La scienza descrive le cose così come sono; l’Arte come sono sentite, come si sente che debbano essere.”
Fernando Pessoa

Romano d'origine ma torinese d'adozione, classe 1979, Jacopo Mandich si è laureato in scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Roma nel 2005. Nel 2006 vince il premio Edgardo Mannucci. Nel 2015 frequenta i corsi biennali di specializzazione all’Accademia di Belle Arti di Urbino e di Torino. Nel 2015 è stato il primo artista italiano invitato alla Biennale Contemporanea di Ekaterinburg in Russia. Nel 2018 frequenta il Master di scultura alla Burg Giebichenstein Kunsthochschule Halle, Halle, Germania.
In bilico tra conoscenza sensibile od opinione e conoscenza intelligibile o scienza, nonché tra intellezione o credenza, la ricerca artistica di Jacopo Mandich si basa sull’interazione alchemica ed energetica che attraversa la materia, laddove legno, ferro, pietra, tra gli altri materiali, entrando in contatto tra di loro, creano un nerboruto cortocircuito che è in grado di generare potenti, vibranti e stupefacenti strutture scultoree con l'intento di indagare tutte quelle energie nascoste e intangibili che sono alla base dei movimenti del flusso umano.
Questo nuovo capitolo espositivo, il cui titolo è “Pseudohorses”, riflette sul contrasto che si crea tra la memoria e la realtà in uno stato mentale sempre vigile che oscilla dalla dimensione legata al ricordo a quella propria dell'immaginazione. Il titolo della mostra così si compone: psèudo-, dal greco antico ψευδο-, derivato del tema comune a ψευδής «falso», ψεῦδος «menzogna, falsità», ψεύδομαι «mentire» e horses, dall'inglese, sostantivo neutro plurale il cui significato è cavalli, pretesto per alludere al mondo animale in tutta la sua simbologia, regno fondamentale ed iconico nei processi di rappresentazione tipici dell'arte antica, considerata nel suo insieme, dagli albori della società cosiddetta mitteleuropea sino ai giorni nostri. Qui, l’elemento animale viene visibilmente brutalizzato per poter alludere a tutti quei
processi mentali che sovente si appellano ai cosiddetti archetipi, superandoli, e denunciando ogni tipo di allusione che prevede la distorsione della realtà che diventa memoria, la deformazione della percezione e l’alterazione della mappa cognitiva che sovente tutto assimila.
La memoria, infatti, intesa come deformazione della realtà pura, la quale è destinata a diventare semplicemente una rappresentazione elaborata in chiave del tutto personale, non aderisce all’oggettività delle cose. Ed è così che Mandich si interroga su quali differenze intercorrono realmente tra l’immaginazione e la realtà, in un proscenio propostoci in cui la realtà diventa ricordo e la percezione umana risulta essere alterata. Secondo tali presupposti, nasce “Pseudohorses”, il cui percorso espositivo si suddivide in due emisferi, tra l’area esterna e quella interna della galleria. In particolare, nello spazio esterno viene collocato il lavoro cosiddetto degli sciacalli, i quali vengono sapientemente installati nel cortile che antecede l'ingresso della galleria, le cui postazioni non risultano essere immediatamente visibili. Questa installazione vuole rappresentare la memoria nascosta, quella che vive negli abissi della coscienza, culla dell'inconscio. Questo sentimento, una sorta di magnetismo sensoriale, si manifesta attraverso delle sensazioni traducibili, al contempo, in attrazione e repulsione. Nello spazio interno, invece, un esercito di peluche pervade lo spazio espositivo della galleria, conturbandone l'atmosfera. In questo caso, si assiste a delle vere e proprie contrapposizioni alquanto paradossali che metaforicamente alludono al rapporto che intercorre fra memoria e realtà. L’elemento che ritorna più e più volte, seppur con diverse variazioni all’interno della mostra, è quello dell'orsetto di peluche, icona di tutti gli archetipi percettibilmente legati a stadi consueti di ludicità e ironia. Questo simbolo, a tutti noi familiare, viene contestualizzato all’interno dei cambiamenti di stato della materia, cambiamenti meccanici come compressione o dilatazione, conferendo concretezza alle azioni meccaniche e fisiche tipiche della materia stessa, entità fisica e metafisica allo stesso tempo, che, esaminata dal punto di vista metafisico, per l'appunto, ovvero come principio che dà origine al divenire corporeo, così intesa da Mandich, e per dirla col filosofo greco antico Platone, così come scrisse nel suo celebre dialogo intitolato Timeo attorno al 360 a.C., possiamo placidamente e intenzionalmente asserire che: «ma non ci sbaglieremo dicendo che è una specie invisibile e amorfa, che tutto accoglie e che in qualche modo molto problematico, partecipa dell'intelligibile ed è molto difficile a comprendersi»

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